
È stato un momento.
Al termine dell’ennesima manifestazione, un flash mob in questo caso, qualcuno ha intonato “Una mattina…” ed è partito il coro. Un cerchio di persone che cantava Bella ciao insieme. Qualcuno cullava un bambino seguendo il ritmo.
È lì che finalmente ho capito che quell’unione che tanto ho ricercato sul tappetino, negli studi di yoga, nei workshop, durante il mio primo YTT, in realtà l’avevo sempre avuta. Era lì, nelle piazze.
Si dice sempre che bisogna trovare la propria tribù, ma negli ambienti yoga occidentali viene inteso come “trova l’insegnante e il gruppo a te più affine per praticare yoga insieme”.
Ecco, la mia tribù non fa yoga. O almeno non su un tappetino. Fa yoga in modo diverso, e non lo chiama yoga. Ne applica i principi pur non sapendo che sono una parte importante di quella pratica che noi, qui, abbiamo annacquato fino a renderla irriconoscibile.
Si batte per la giustizia sociale, ed è ciò che di più yogico ho visto da quando ho cominciato a studiarlo.
