Un anno

Oggi mi è capitato di leggere il post di un’insegnante di yoga stanca. Una ragazza che ha dovuto chiudere il suo studio, ha cercato invano un altro lavoro, ha continuato a insegnare online capendo che la situazione lo richiedeva, e che comunque, dopo un anno, nonostante continui a capire, è stanca e sta perdendo le speranze.

E l’ho capita. Solo lo scorso weekend avrei scritto cose molto simili. Sabato scrivevo a un’amica che avevo voglia di mollare, che non ce la facevo più, perché per vari motivi le cose non stanno funzionando come speravo, perché non si vede una fine e quindi un nuovo inizio.

La mia generazione è abituata a doversi reinventare di continuo e a non avere mai nessuna certezza (immagino anche le successive, ma non ne ho esperienza diretta), ma certo quest’ultimo anno ci ha dato una bella botta.

In casa siamo in due: un’insegnante di yoga e un lavoratore dello spettacolo. Anzi tre, c’è anche una gatta che questa pandemia se la sta godendo parecchio, con gli umani sempre a disposizione.

Gli umani sono un po’ stressati però. Lui lavorava in teatro, ma non più da maggio. E’ anche un fonico, ma anche lì al momento c’è poco da fare.

Io lavoro solo online, e ammetto che a me la cosa aveva sempre attratto, e avrei voluto farlo comunque. Ma mi trovo dall’altra parte dello schermo persone giustamente stanche di praticare sempre a distanza, che perdono la motivazione, anche loro in preda allo sconforto e allo stress che inevitabilmente questa situazione crea.

E quindi a periodi lo sconforto prende anche me, ovviamente. E non lo nascondo, perché come sostengo sempre la falsa positività crea solo danni. 

Come dicevo pochi giorni fa, cado in spirali di sconforto, ma fortunatamente finora sono sempre riuscita ad uscirne.

Entrambi in casa avevamo preso certe decisioni (separatamente, anche prima di conoscerci) guidati da una forte passione per quello che facevamo. Crediamo fortemente l’uno nel lavoro dell’altro, e ci sosteniamo. E abbiamo entrambi amici che ci sostengono, come noi sosteniamo loro, nei momenti più bui. 

Che la distanza fisica mica deve per forza significare distanza affettiva. Che non vedersi non significa che non ci siamo gli uni per gli altri. 

Nei momenti in cui la spirale sembra prendermi più del solito, c’è sempre qualcuno che mi tira una corda a cui aggrapparmi. Che mi ricorda chi voglio essere. Che mi indirizza magari verso un sentiero leggermente diverso, forse anche migliore, che era proprio lì a fianco ma che io non avevo notato. 

E così, afferro quella corda, guardo dentro alla spirale, fino a dove il mio sguardo arriva, e semplicemente mi dico “non oggi”. 

Non “mai più”, perché mentirei a me stessa. Perché sarebbe falsa positività. Ma “non oggi” può bastare per ora.

In fondo un anno così ci ha insegnato di sicuro che del domani non c’è davvero certezza.

* Avevo in mente una serie di post più in tema yogico, e prometto che arriveranno. Ma una delle maggiori fonti di stress per me al momento è proprio la pianificazione auto-imposta, la poca libertà che mi concedo. E quindi quegli argomenti li tratterò quando avrò avuto modo di coccolarli mentalmente per il tempo necessario. Fino ad allora, magari forse la settimana prossima, continuo con post a caso che assomigliano più a pagine di diario. Spero di non annoiarvi.

Photo by Mika Baumeister on Unsplash

5 pensieri riguardo “Un anno

  1. la pandemia ha stroncato un po di tutto. Vicino casa ho visto una scuola di danza aprire e immediatamente chiudere per i DPCM emanati.
    Mi immedesimo in tutte le categorie di lavoratori, nei disagi economici che questo virus ha creato.

    "Mi piace"

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