Fermarsi non è un reato

Viviamo ormai in una società in cui fermarsi e non fare nulla sembra essere un reato capitale.

Il raro tempo libero che abbiamo, ci sentiamo obbligatә a impiegarlo in maniera produttiva, lavorando a un progetto, imparando qualcosa, creando qualcosa. Ci sono app che rendono una competizione anche leggere, e capita di cascarci, e trovarsi a sentirsi in obbligo di fare qualcosa che un tempo avremmo fatto per puro piacere. Con il risultato che non ne traiamo più piacere.

Non credo sia la prima volta che dico che sono stanca dei social, perché credo che buona parte di questo sentire nasca da lì. Ci sentiamo in dovere di essere sempre online, presenti, di mostrare quello che facciamo. E diciamolo, stare sul divano, con un pigiama vecchio e logoro addosso, a bere tè da una tazza scheggiata e leggendo un libro non è molto instagrammabile. E quindi se lo facciamo dobbiamo avere l’outfit giusto, la location perfetta, la tazza simpatica o a tema.

E anche se come me ti dici “e sticazzi” e non lo fai, c’è una vocina in fondo che ci dice che potremmo fare di meglio.

Oddio, so che non è così per tuttә, e per fortuna. 

E non voglio neanche demonizzare troppo i social perché in realtà è un discorso ampio, che include il mondo del lavoro, della scuola, tutta la società, è un modo di pensare che abbiamo semplicemente riportato anche online.

E sarà che da libera professionista che fa più o meno tre lavori diversi è difficile tracciare un confine, mentalmente ce l’ho ben chiaro ma poi nella vita svanisce troppo spesso, e quando mi impongo di riposarmi ho sempre il dubbio di farlo troppo, o di essere troppo indulgente con me stessa, perché in fondo ci sono persone che fanno molto di più e non si lamentano.

C’è una cosa che però forse tendiamo a dimenticarci, io per prima, e il mondo in cui viviamo non rende facile ricordarlo. Non siamo tutti uguali. Ognuno di noi ha i suoi tempi, i suoi modi di fare le cose, e non possiamo pretendere di riuscire a fare tutto quello che fa qualcun altro, se non è nelle nostre corde. Possiamo obbligarci a farlo e riuscirci anche per un periodo, ma alla fine il corpo, la mente, vengono a chiederci il conto.

Ho avuto l’influenza recentemente. Per la prima settimana, ho lavorato come se niente fosse (potrei giustificarmi dicendo che il grosso del lavoro non era rimandabile, ma non ho rimandato neanche quello che lo era). Il risultato? Alla fine mi sono dovuta fermare, e in quei due giorni passati a casa non avevo le forze di fare assolutamente nulla.

E me lo sono goduta quel nulla, anche perché nel vuoto io ci sguazzo, e ho realizzato che è esattamente quello di cui avrei bisogno in questo periodo in cui sto cercando di capire tante cose: un periodo in cui non ho niente da fare, in cui nessuno, io per prima, si aspetta qualcosa da me. Nessuna casa da pulire, niente internet che alimenta la FOMO (fear of missing out), se mai solo del tempo per godermi la JOMO (joy of missing out). Leggere se ne ho voglia, parlare se ne ho voglia, fissare il muro se ne ho voglia.

Quel vuoto che un tempo riuscivamo a creare almeno durante le vacanze, che siamo riusciti a rovinare con la smania di vedere il più possibile, postare la foto più bella, andare ad ogni costo in quel posto che va tanto al momento.

Io invece vorrei solo fare le cose che mi fanno stare bene in santa pace, parlarne o mostrarle solo perché ne ho voglia e non perché se sparisco dai social per un po’ poi vanifico tutto il lavoro fatto fino a quel momento.

Non è un argomento nuovo, non sono l’unica a parlarne, e ci sono persone che riescono a trovare il loro equilibrio. Io lo sto cercando, e spero di essere una di loro presto.

Photo by Joshua Hoehne on Unsplash

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