Predico bene, ma poi…

Lo dico sempre ad allievi, amici e parenti: “ascoltati, riposati se ne hai bisogno, segui quello di cui ha bisogno il tuo corpo”.

E io? Io faccio molta fatica a seguire questo consiglio. Neanche durante il lockdown mi sono fermata, anzi: ho lavorato anche più di prima.

Mi sono buttata in mille progetti nuovi senza pensarci troppo, presa da questa paura di rimanere indietro, di non lavorare… E ho spinto tantissimo anche nella mia pratica personale, perché se non pratico, cosa posso avere da insegnare?

Il ginocchio mi faceva male e io andavo avanti lo stesso, mi sono fatta trattare dall’osteopata e ho riposato un giorno, ma poi di nuovo via, sul tappetino, a fare yoga.

Solo che quello non era Yoga. Erano esercizi ispirati allo yoga, ma è evidente che mancava la parte di ascolto di sé su cui tanto insistiamo. C’era troppo attaccamento alla pratica fisica, troppo attaccamento alla forma, troppa paura di modificare per non farmi male di nuovo.

E poi, a un certo punto, l’ho capito. Lo scorso weekend, quando sono andata a Rovigo a casa del mio ragazzo per andare poi al mare. Ero stanca, tanto che facevo fatica a guidare, e dovevo restare concentrata al massimo perché la distrazione era dietro l’angolo. Tanto stanca che una giornata al mare mi ha distrutta al punto da buttarmi a letto senza fare nemmeno una doccia, e dormire più di dieci ore (cosa che a me non capita mai).

E così ho capito. Che è meglio andare un po’ più piano, piuttosto che correre e poi collassare quando il traguardo è ancora lontano.

Il giorno dopo, domenica, ho passato mezza giornata sul divano. Quando mi sono sdraiata con il libro in mano (ok, il tablet, dato che al momento leggo soprattutto su Kindle), mi sono chiesta da quanto tempo non lo facessi, e non riuscivo a darmi una risposta.

Una giornata intera di riposo e comunque la sera ero stanca, e di nuovo guidare era una fatica e ho rischiato di distrarmi più di una volta (ecco, qui sì che ci pensi bene, se ne vale la pena di stancarsi così tanto: quando ti rendi conto che una distrazione in autostrada, una domenica sera d’estate, non è esattamente il massimo della vita, anzi). Però la sera ho dormito. Il lunedì ero carica per la lezione del mattino, cosa che due giorni prima mi sembrava impossibile da affrontare (nonostante voglia un bene pazzesco alle mie allieve fisse). La differenza era che non avevo una to do list infinita da completare tra una lezione e l’altra. Certo, avevo delle cose da fare, ma ne ho eliminate parecchie, per concedermi del tempo per me e per le persone che amo.

Ho ripromesso a me stessa di ascoltarmi davvero, stavolta. Di non cercare di fare tutto e di più da sola, e subito, ma di darmi il tempo che serve, e di fare una cosa alla volta.

Un piede davanti all’altro, un respiro alla volta.

E non importa se altri fanno di più, se vanno avanti più in fretta, se lavorano di più e non si stancano. Questo è il mio passo, al momento, e va bene così.

Perché io amo quello che faccio, altrimenti non avrei scelto di farlo, ma non posso sacrificare tutto il resto per questo. Non posso rischiare di smettere di amarlo.

Photo by LOGAN WEAVER on Unsplash

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