Connessi, sempre

Un tempo il telefono era solo dentro casa. Quando uscivi, nessuno poteva raggiungerti a meno che non sapesse dove trovarti. Se cercavi un amico e non lo trovavi in casa, aspettavi di essere richiamato. Se eri molto giovane, dicevi ai tuoi genitori dove eri diretto (che fosse poi la verità o meno) così non si preoccupavano, e a che ora saresti tornato (o in genere erano loro a dirti a che ora DOVEVI tornare).

Ora no. Il telefono ce l’abbiamo in tasca o nella borsa, possiamo ricevere chiamate, messaggi ed e-mail ovunque ci troviamo. Se viaggiamo fuori dall’Europa ci godiamo quei giorni o quelle settimane in cui finalmente possiamo essere “non raggiungibili”, non senza un po’ di ansia o di FOMO (fear of missing out, ndr), almeno all’inizio. E spesso cercando il WiFi con più urgenza dell’acqua (purtroppo ho visto scene simili…per poi scorrere il feed di Instagram).

Alcuni si ritagliano dei momenti del genere anche a casa: spengono il cellulare la sera o in altri momenti, magari hanno un numero di telefono fisso che conoscono in pochi, giusto così, per le emergenze.

In entrambi i casi, devi prima avvisare. Amici, parenti, clienti, colleghi, tutti. Devi annunciare che non sarai raggiungibile, fornire alternative o sperare che capiscano. In genere, si spera, non ci sono problemi: gli amici capiscono, i parenti anche, se siamo fortunati anche tutti gli altri. Chi non capisce la necessità di staccare (che sia per un viaggio, o per le ore serali e notturne) forse è meglio perderlo.

Ma il problema sta a monte, in noi. Che comunque abbiamo paura di perdere qualcosa, che sia un potenziale cliente, un’opportunità di lavoro, o qualcosa di non ben definito.

E che sentiamo allo stesso tempo la necessità di staccare e scappare da tutto questo, di crearci per un attimo l’illusione di una vita più tranquilla, meno frenetica, con la testa alta a guardare il cielo o ciò che ci sta intorno, e non abbassata su uno schermo a guardare o leggere la vita degli altri.

Mi è venuto in mente tutto questo perchè qualche giorno fa, a Rovigo, mi sono ritrovata senza internet. Il mio operatore telefonico aveva problemi con il 4g in zona (a dire la verità, mentre scrivo i problemi ci sono ancora), il contratto per il WiFi che il mio ragazzo aveva a casa è scaduto dopo circa 15 mesi di silenzio totale da parte sua (d’altra parte ormai qui non ci vive più). Devo dire che ero anche contenta di non POTER controllare i social ogni dieci secondi (si, purtroppo sono una di quelle persone che si deve imporre un limite, ma ci sto lavorando… e a quanto pare funziona), ma un po’ di ansia da perdita di clienti o lezioni annullate (dato che continuo a insegnare quasi esclusivamente online) ce l’avevo.

Una volta che abbiamo risolto almeno la questione WiFi in casa, così che io potessi lavorare, ho deciso di mantenere comunque il cellulare staccato dal WiFi e di usarlo il meno possibile, e per quanto lo permette una connessione lentissima. Ne ho approfittato, e ne approfitterò, soprattutto per staccarmi un po’ dai social, usarli in modo più intelligente, ponderato, utile.

Perché il mio rallentare per un po’ e concedermi del tempo significa soprattutto questo: godermi il momento presente, ed essere presente al 100% in quello che faccio. E se ho voglia di evadere un po’, molto meglio un bel libro.

Magari arriverà il giorno in cui non avrò più bisogno di prendermi una pausa da tutto, perché mi verrà naturale farlo in vari momenti della giornata.

Un po’ come quando ti diverti così tanto che ti dimentichi del cellulare e non pensi neanche a fare foto per ricordarti del momento (che diciamolo, lo facciamo più per pubblicarlo che per ricordarlo). Ecco magari un giorno riuscirò a percepire la mia vita in quel modo, e il tempo sui social e su internet servirà a lavorare e comunicare con persone lontane, non a riempire dei vuoti.

Perché anche il vuoto e la noia servono. Servono a far riposare il cervello, a fargli elaborare concetti e informazioni acquisite in precedenza. Ed è da lì, poi, che vengono le idee nuove.

Photo by camilo jimenez on Unsplash

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