Emozioni

Osservarle per capirle

Ieri ho pubblicato una meditazione su YouTube (che puoi vedere qui) che era un invito a non giudicare le emozioni, ma viverle e lasciare che ci dicano quello che ci devono dire.

È un’esperienza diversa per ognuno di noi: diverse le emozioni, o almeno diverso il modo di viverle, diversi i motivi per cui nascono, diverso il messaggio che portano.

Come esempio, voglio parlarti dell’emozione che più di recente ha voluto insegnarmi qualcosa. Anzi, due, una conseguenza dell’altra.

La prima, è quella che il mio cervello ha voluto subito catalogare come “malinconia, tristezza” (il mio invito a non catalogare le emozioni, nella meditazione, non è necessariamente un invito a non dare loro un nome, quanto piuttosto a non etichettarle come “positive” o “negative”). 

Malinconia e tristezza dovute all’avvicinarsi della fine dell’estate, la mia stagione preferita, seguite subito dal senso di colpa, perché ora che faccio (lavorativamente parlando) quello che mi piace, non dovrei essere felice ed entusiasta di ricominciare? O almeno, questo era il primissimo ragionamento che il mio cervello aveva deciso di fare.

Io però volevo andare più a fondo.

Ho lasciato che la tristezza se ne stesse lì dov’era; ho lasciato che si esprimesse tramite le lacrime; ho lasciato che facesse affiorare tutti i motivi per cui era lì.

E i motivi erano tanti. Perché per almeno tre settimane, mi sono sentita libera da vincoli, libera di fare quello che volevo senza orari decisi da altri, e questo mi mancherà. Perché ho potuto passare tanto tempo con le persone che amo (una in particolare), e ora quel tempo diminuirà sensibilmente. Ma anche perché mi sembra di non averne approfittato abbastanza. Io che amo tanto la notte, e amo la sincerità delle persone e la profondità dei discorsi dopo una certa ora, sono stata spesso troppo stanca per restare sveglia ad aspettare l’alba. Io che poi amo tanto anche le giornate piene di luce che sembrano non finire mai, ne ho passate forse troppe chiusa in casa a lavorare. Ho visto il mare molto più che negli scorsi anni, eppure il tempo lì sembra non bastare mai.

Cosa vuole dirmi tutto questo? Che aprire la partita iva è stato il primo, piccolo passo verso quel grande obiettivo che ho davanti, e che forse, se tutto va bene, mi libererà da molti di quei vincoli che mi fanno sentire stretta. Quindi, che devo continuare a lavorare per arrivarci.

Poi, che il tempo con le persone che amo è una cosa che non voglio sacrificare, e che devo farne tesoro sia quando è poco, sia quando sembra quasi troppo.

E che va benissimo lavorare per un obiettivo, ma senza mai dimenticare che la vita è adesso, e che posso, e devo, concedermi una pausa quando ne sento il bisogno, o passare una notte sveglia a guardare le stelle o la luna, e a parlare con una persona interessante.

E il mare? Beh, quello è bello in tutte le stagioni, ed è comunque parte del grande obiettivo che vorrei tanto raggiungere.

Una volta riflettuto su queste cose, il senso di colpa è praticamente scomparso. Perché è vero che amo quello che faccio. Adoro i miei allievi, e amo poter trasmettere gli insegnamenti di una disciplina che ha plasmato, e continua a plasmare, la persona che sono ora. Ma è anche vero che ogni tanto tutti hanno bisogno di una pausa. E per quanto riguarda le parti della mia vita che non riguardano lo yoga o l’insegnamento, e che amo un po’ meno, servono per raggiungere quell’obiettivo. Sono il sacrificio da fare per arrivare a qualcosa di “piú grande”. E restano lì, ma solo finché non mi costringono a rinunciare al tempo per me.

Ed ecco che il senso di colpa è scomparso. La tristezza è rimasta, per ora, ma ha rinnovato la determinazione, ha chiarito qualche dubbio, ha nutrito di nuovo la mia creatività.

Quindi, alla fine, perché dovrei considerarla negativa?

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