Minimalismo

I miei (goffi) tentativi, e le opportunità della quarantena

Da qualche mese avevo deciso di voler avere un approccio più minimalista alla vita. Liberarmi di quello che non serve, comprare meno e solo il necessario, vivere con meno. Non è una cosa facile, nella nostra società, ma credo che questo periodo possa aiutarci moltissimo a liberarci del superfluo. Ora che non possiamo comprare oggetti non strettamente necessari, ora che persino Amazon ha deciso di dare la precedenza ai prodotti di prima necessità, possiamo finalmente fermarci a pensare “mi serve davvero?”.

È una cosa che alcune persone fanno da sempre, spesso per ragioni economiche. Ma molti no. C’è un prodotto in offerta, approfittiamone! Ho una serata particolare, devo comprare il vestito, e le scarpe! Non eravamo abituati a fermarci e pensare se fosse davvero necessario. Da troppe parti ci arrivava il messaggio che “più è meglio”, e noi lo abbiamo interiorizzato senza rendercene conto.

In situazioni normali, optare per un approccio minimalista richiede sforzo e forza di volontà. Devi guardare tutto quello che hai, e decidere se davvero ti serve (o servirà) o se è il caso di venderlo o regalarlo. Ogni volta che pensi di aver bisogno di qualcosa di nuovo, devi fermarti a pensare “ne ho davvero bisogno? Posseggo già un oggetto che può avere la stessa funzione? Posso farmelo prestare?”

È molto più facile aprire l’app di Amazon e richiedere la consegna in giornata, vero?

Personalmente, avere troppi oggetti intorno (a parte i libri) mi disturba. Creano disordine nell’ambiente e nella mia mente. Una stanza vuota, invece, mi da un senso di pace. Riesco a respirare, c’è più aria. Eppure, anche io tendevo a comprare cose che poi si rivelavano non così utili. O ad accumarle dopo che avevano svolto la loro funzione, perché “non si sa mai”. Credo sia proprio quel “non si sa mai” che mi portava ad accumulare più del necessario. “Quel vestito lo tengo, non si sa mai che mi serva per un’occasione particolare, e io sicuramente non voglio darlo via per poi doverne comprare un altro”, “ho troppi tappetini da yoga, ma li tengo perché potranno essere utili per quando (e se) avrò un posto mio in cui insegnare”. Non c’è niente di male in questo, a mio parere. Conservare un oggetto o due che potrebbero verosimilmente tornare utili in futuro, non è necessariamente sbagliato. Per quanto mi riguarda, ho deciso che se incontro qualcuno che ha davvero bisogno di quella cosa che io tengo da parte, allora posso anche dargliela, e pormi il problema in futuro, se si presenterà. In alternativa, conservarlo, in attesa che serva a me o a qualcun altro. Ma bada bene, parlo di uno o due oggetti. Un vestito che non uso quasi mai, ma che è abbastanza versatile da poter tornare utile. Un tappetino o due in più, rispetto a quelli che abitualmente uso, da prestare ad amici o ad allievi. Anche magari l’unico oggetto che ti ricorda quella persona o quell’animale che non c’è più. Non di più però. Non tutti i vestiti che hai accumulato e che non indossi mai. Non tutti i tappetini da yoga, distrutti o inutilizzabili. Non tutte le scarpe, che non userai mai magari perché ti fanno anche male ai piedi.

Certo, almeno per me, è un processo lungo. Prendiamo i vestiti ad esempio: non do via un maglione buono a metà estate, ma aspetto la fine dell’inverno successivo, e se non l’ho mai usato, allora quel maglione starà meglio nell’armadio di qualcun altro. Ma evito di comprarne uno nuovo, se ho quello da parte che potrei usare. E così per tutto.

Più facile a dirsi che a farsi, lo so, ma in questo periodo abbiamo l’opportunità di farlo con più facilità. Abbiamo più tempo per riflettere se quell’oggetto ci serve o ci rende felici. Non possiamo comprarne un altro simile, o magari possiamo, online, ma ci fermiamo a pensare un po’ di più se sia il caso di esporre un corriere a vari rischi solo per portarci quella cosa che magari non è necessaria; e se decidiamo che ci serve davvero, magari abbiamo il tempo di comprarlo da un piccolo negozio in difficoltà, e allora quell’oggetto assumerà ancora più valore.

Non sto dicendo che dovremmo tutti svuotare le nostre case senza pensarci due volte, proprio il contrario. Ora che in casa dobbiamo passarci molto tempo, guardiamoci intorno. Quello che c’è dentro, ci sta aiutando in qualche modo a superare questo momento di difficoltà? Quei soprammobili mi danno gioia, mi fanno sorridere quando li guardo, o è solo una cosa in più da spolverare di cui farei volentieri a meno? Mi piace avere la casa piena, o sento il bisogno di spazio e di aria? Quello spazio e quell’aria che in genere cercavamo fuori, ora che non possiamo uscire così spesso, proviamo a crearceli dentro. Dentro casa, dentro al luogo in cui viviamo, dentro noi stessi.

Photo by Samantha Gades on Unsplash

Yin Yoga

Cos’è, e perché dovresti provarlo

Lo yin yoga è uno stile relativamente recente, anche se si ispira a pratiche antiche.

Nasce negli anni ’70 ad opera di Paulie Zink, campione di arti marziali e insegnante di Taoismo, che creò delle pratiche di Yin Yang Yoga che fondevano principi dell’hatha e del taoismo. Lo yin yoga che conosciamo oggi, però, fu sviluppato prima da un suo allievo, Paul Grilley, e successivamente da Sarah Powers.

Per comprendere appieno lo yin occorre prima almeno accennare ai concetti di Yin e Yang: due forze opposte e complementari, presenti in natura e in noi stessi. Yin è energia femminile, e rappresenta la passività e il freddo. Yang è invece energia maschile, attiva e calda. L’Hatha yoga tradizionalmente lavora su entrambe le energie, mentre lo yin si concentra su quella passiva.

Le posizioni di yin yoga sono prevalentemente svolte a terra, e mantenute per lungo tempo (da tre a cinque o più minuti). Grazie a questo, e poiché in genere è consigliato praticarlo a muscoli freddi, riesce a lavorare sui tessuti più profondi (tendini, fascia, legamenti e altri tessuti connettivi), aumentando quindi la flessibilità. Le posizioni sono simili a quelle dell’hatha yoga (d’altra parte è da lì che deriva), ma differiscono soprattutto nella modalità di entrata nella posizione, e nell’allineamento. Nello yin non usiamo i muscoli né per entrare nella posizione, né per restarci; possiamo curvare la schiena e lasciarci completamente andare alla forza di gravità, anzi, è proprio quello che nel tempo ci renderà più flessibili. Questo rende lo yin sicuramente meno “spettacolare” e bello da vedere, ma una cosa che ripeto sempre è che lo yoga deve essere bello da fare, non da vedere, e per lo yin questo vale forse ancora di più.

Come tutti gli stili di yoga, lo yin lavora anche sulla mente, e per certe persone è questa la parte più difficile: non richiedendo movimento, lo yin assomiglia moltissimo a una meditazione. Dopo qualche minuto in una posizione, la nostra mente comincia a vagare, oppure a voler uscire dalla posizione, ed è nostro compito capire per quale motivo lo sta facendo, e farla tornare al momento presente.

Lo yin si basa su tre principi, che è molto importante tenere sempre a mente quando lo si pratica:

. Trova il tuo limite: è importante non superare i limiti del nostro corpo, soprattutto quando dobbiamo restare in una posizione per lungo tempo. È sempre meglio entrare nella posizione con lentezza, e trovare il proprio limite con calma, piuttosto che andare al massimo subito, e rischiare di farsi male.

. Stai fermo: una volta trovato il tuo limite, muoviti il meno possibile. Resta in ascolto del corpo, e se senti sensazioni davvero spiacevoli (scosse elettriche, dolore, o una parte del corpo che si addormenta) allora prova a fare un passo indietro o a uscire dalla posizione; altrimenti, semplicemente:

. Resta nella posizione – e respira qui. Lasciati andare, concentrati sul respiro, e torna al respiro ogni volta che la tua mente vaga o cerca di dirti che non puoi restare nella posizione un secondo di più.

Ti confesso che io i primi tempi ero molto scettica: non sono mai stata brava a meditare e lo yin mi sembrava davvero troppo per me. È bastato poco però a farmi innamorare, e quando ho visto i benefici che il mio corpo e la mia pratica ne traevano, ho deciso di farlo diventare parte integrante della mia vita.

(Se ti ho incuriosito/a abbastanza da volerlo provare, sul mio canale YouTube ci sono alcune pratiche, sia brevi che lunghe, e continuerò ad aggiungerne altre nel tempo.)

Ad ognuno la sua

Adho Mukha Svanasana

Per ogni posizione di yoga, ci sono tantissime indicazioni o regole di allineamento per renderla “perfetta”: ogni posizione ha un suo scopo, fisico ed energetico, ed è importante farla bene per goderne di tutti i benefici.

Questo però non significa che devi seguire le indicazioni che senti come fossero rigide regole da seguire assolutamente; non a caso le ho chiamate indicazioni.

Ogni corpo è diverso, quindi ogni posizione potrà assumere una forma diversa a seconda di chi la pratica. Lo scopo, a mio parere, dovrebbe sempre essere quello di stare bene, nella posizione e quando se ne esce. Per questo è importante ascoltare l’insegnante ma anche il proprio corpo, e capire quando è il caso di modificare leggermente la posizione per renderla perfetta per noi.

Nelle prossime settimane, prenderò in esame alcune posizioni per vedere come possiamo adattarle al nostro corpo – ma ricorda, la modifica perfetta per te potrebbe non essere tra quelle che elenco, non perché sia sbagliata, ma magari solo perché io non ci ho pensato. Non aver paura di sperimentare, cerca di capire lo scopo della posizione e poi trova il tuo modo per raggiungerlo.

Oggi parliamo di Adho Mukha Svanasana (che da qui in poi indicherò come AMS per brevità, ndr), o cane a faccia in giù. È forse una delle posizioni più conosciute, considerata spesso una posizione di “riposo” (tranquillo/a se non ti sembra così riposante, è normale! Non è una posizione facile all’inizio, ma con il tempo e con la pratica diventa molto più confortevole).

Innanzitutto, come entrarci? Normalmente ci sono due diverse indicazioni:

– da quadrupedia, sollevando le ginocchia e portando i glutei verso l’alto

– da plank, attivando l’addome per portare il bacino verso l’alto

In uno di questi due modi, in teoria, la distanza tra mani e piedi è ottimale… in teoria. Per il mio corpo, ad esempio, nessuna delle due va bene. Da quadrupedia, una volta in AMS devo spostare i piedi di circa uno o due centimetri indietro, mentre se ci arrivo da plank, li devo spostare di uno o due centimetri più avanti.

Adho Mukha troppo “corto”
Adho Mukha troppo “lungo”

Come fare a capire la distanza ottimale tra mani e piedi? Guardiamo lo scopo della posizione, e come dovremmo sentirci in essa.

In AMS, vogliamo innanzitutto allungare i muscoli della schiena, rilassare il collo, e sentire un po’ di apertura nelle spalle. Una volta trovato questo, possiamo anche pensare di allungare gli ischiocrurali, ma questa è in genere un’azione secondaria (per questo normalmente si consiglia di tenere le ginocchia leggermente piegate se si è poco flessibili).

Vediamo passo dopo passo come trovare la nostra posizione ottimale.

Comincia da quadrupedia, con le mani sotto alle spalle e il dito medio perpendicolare al lato corto del tappetino, e le ginocchia sotto le anche; da qui, solleva i glutei verso l’alto, tenendo le ginocchia piegate. Se la distanza tra mani e piedi è corretta, il peso dovrebbe essere equamente distribuito tra esse: se senti che metti più peso nei piedi, significa che probabilmente il tuo AMS è troppo “corto” – prova a spostare i piedi indietro di un centimetro alla volta. Se invece hai più peso sulle mani e sulle spalle, allora forse è troppo “lungo” e devi avvicinare i piedi alle mani.

Una volta trovata la distanza ideale, cerca di allungare la schiena: dovresti riuscire a mantenere le curve naturali della schiena senza accentuarle (quindi senza “ingobbirti” nella parte alta della schiena, e senza andare eccessivamente in lordosi nella zona lombare). Premi bene tutto il palmo della mano a terra, compresa la base di tutte le dita, e spingi anche leggermente in avanti in modo da avvicinare, idealmente, il petto alle cosce – in questo modo evitiamo la “gobba” e apriamo le spalle. Tieni il collo morbido e la testa pesante, ma le spalle lontane dalle orecchie.

Prima di passare alle gambe, parliamo un attimo dei polsi: se hai problemi ai polsi, o in questa posizione ti fanno male, puoi provare a ruotare leggermente le mani verso l’esterno, portando l’indice perpendicolare al lato corto del tappetino (invece che il medio).

Con i medi che puntano in avanti
Con gli indici che puntano in avanti

Una volta trovata la posizione ideale per la schiena (e per polsi e braccia), puoi valutare se riesci a stendere, anche di poco, le gambe, portando i talloni verso terra. Ricordati però che lo scopo non è di toccare terra con i talloni (come vedi dalla foto anche i miei sono tuttora leggermente sollevati), ma di mantenere la schiena allungata – se senti che stendendo le gambe ti ingobbisci, tieni le ginocchia leggermente piegate; col tempo, forse riuscirai a stenderle un po’ di più.

Tenere le ginocchia leggermente piegate aiuta ad allungare la schiena, soprattutto per chi è meno flessibile

Ricordati sempre che, nonostante quello che vogliono farci credere i social media, lo yoga non deve necessariamente essere bello da vedere. Deve essere bello da fare e farti sentire bene. Per cui, se il tuo AMS è totalmente diverso da quelli che vedi in foto o a lezione, non significa necessariamente che sia sbagliato. Se hai dei dubbi, puoi chiedere al/alla tuo/a insegnante (o contattarmi).

Yoga e alimentazione

In Occidente, parlare di yoga significa perlopiù parlare di asana, e magari anche di pranayama e meditazione. Ma nella tradizione, lo yoga è un percorso spirituale che permette al praticante di ricongiungersi con l’Assoluto.

Uno dei testi chiave dello yoga classico sono gli Yoga Sutra di Patanjali, 195 brevi aforismi che descrivono la pratica necessaria per giungere all’Unità.

Negli Yoga Sutra, Patanjali divide lo yoga in otto rami; non andrò ad elencarli tutti, ma ci soffermeremo brevemente su due punti.

Il primo di questi otto rami, o stadi, sono gli Yama (principi etici e morali), e il primo dei cinque Yama è Ahimsa, o non violenza: indica il non recare danno ad altri, e si estende anche a tutto il mondo animale e vegetale.

Il secondo stadio sono invece i Nyama (discipline) – la prima di queste cinque discipline è Shaucha (anche scritto Sauca o Saucha), la pulizia, intesa come purificazione del corpo e della mente attraverso una particolare attenzione all’igiene personale e all’alimentazione: lo yogi dovrebbe prediligere cibi puri che aiutano ad elevarsi spiritualmente, come cereali, frutta, verdura e legumi.

È chiaro quindi il motivo per cui lo yoga in genere implica una dieta vegetariana. Questo non vuol dire che tutti gli yogi sono vegetariani o vegani, o almeno non è il caso qui in Occidente. Io pratico yoga da anni, e ora lo insegno anche, ma al momento non seguo una dieta vegetariana; ammetto di averci provato, ma con scarso successo.

Dopo alcuni anni di pratica, è scattato qualcosa nel mio cervello per cui non trovavo giusto mangiare alimenti di origine animale. Alcuni, come carne rossa e certi latticini, avevano anche cominciato a darmi fastidio. Lì per lì ho eliminato quello che mi faceva male (cosa che ho sempre fatto senza pensarci troppo) e basta, ma ben presto ho cominciato a riflettere e ho deciso di fare il tentativo di una dieta vegana. Il mio errore è stato non rivolgermi a un professionista prima di questo grande passo, e di non farlo gradualmente. In un primo periodo stavo bene, ma ben presto ho cominciato a perdere energia e a sentirmi sempre debole e stanca. Se mi fossi rivolta a un professionista, forse le cose sarebbero andate diversamente; forse in futuro lo farò e valuterò con lui/lei la scelta migliore per me.

Al momento, mi baso su quello che sento, e ho capito che – considerando anche il fatto che io mangio generalmente poco – mi conviene, per ora, restare ‘onnivora’. Questo non significa però che mangio qualsiasi cosa senza pensarci, anzi. Ciò che era scattato nel mio cervello pochi anni fa, e che mi aveva spinta a diventare vegana, è ancora lì presente.

Ho però deciso di applicare Ahimsa anche a me stessa, e quindi di non farmi violenza imponendomi una dieta che non mi fa stare bene. Tengo ben presenti gli insegnamenti dello yoga e cerco di nutrirmi di cibi puri il più possibile, evitando anche di comprare cibi troppo lavorati; se scelgo di mangiare carne o pesce, cerco di prenderli, per quanto possibile, da fonti etiche ed eco-sostenibili, e li mangio se e quando il mio corpo ne sente il bisogno.

La scelta vegetariana o vegana può avere molteplici vantaggi, per noi e per il pianeta, ma deve sempre essere una scelta consapevole e fatta in maniera intelligente, quindi rivolgendosi a un professionista prima di compierla, e facendosi accompagnare nell’eventuale transizione. Possiamo avere tutte le migliori intenzioni di salvare il mondo, ma se prima non siamo in grado di prenderci cura di noi stessi, potremo fare ben poco.

Non solo Asana

Come ho fatto pace con l’ansia grazie allo yoga

L’ansia è la proiezione della mente al futuro. Lo yoga ti porta nel momento presente.

L’ansia è stata una mia compagna di vita per lunghissimo tempo. In certi periodi proprio mi paralizzava, e per molto tempo mi sono nascosta e rifugiata nella mia “comfort zone” per evitare che mi venisse a trovare.

Ora ne soffro molto meno, e devo ringraziare soprattutto lo yoga.

Il mio primo approccio, in realtà, è stato solo alla parte puramente fisica della pratica (le Asana, o posizioni) ma già lì ho cominciato a vederne i benefici: quelli più “ovvi”, ossia fisici, come un aumento della flessibilità e della forza, e l’alleviarsi di alcuni dolori che spesso avevo (schiena, spalle, collo…tutte conseguenze di ore alla scrivania con una postura non ottimale). Ma proprio dai progressi fisici sono derivati anche i primi progressi mentali: respiravo meglio e facevo respiri più profondi, quindi ero generalmente un po’ più calma del solito; ogni volta che raggiungevo una posizione che mi sembrava impossibile, mi sentivo quasi invincibile – in fondo ci ero arrivata solo grazie al mio duro lavoro e alla voglia di non mollare; dovendo a volte stare a lungo in una posizione per me difficile, ho scoperto in me una forza mentale che non pensavo di avere, e ho scoperto che anche quel tipo di forza si può allenare e sviluppare. Col tempo, ho incontrato anche limiti che sembrano tuttora insormontabili: ci sono posizioni che il mio corpo probabilmente non riuscirà mai a fare, o di cui ho ancora paura dopo anni di pratica; da queste ho imparato a godermi il viaggio, più che la destinazione finale (vale a dire, a godermi il lavoro senza pensare alla posizione da raggiungere) e ad accettare i miei limiti.

Pian piano, sono arrivata a scoprire, conoscere e studiare anche tutte le altre componenti dello yoga, quelle che lo differenziano da qualsiasi disciplina sportiva (ricordiamolo, le posizioni sono solo una piccolissima parte di ciò che viene chiamato Yoga). Ho imparato tecniche di respirazione diverse, che possono aiutare a rilassarsi, o a concentrarsi, ma anche a darci energia se ne abbiamo bisogno. Ho imparato (se devo essere onesta, sto tuttora imparando) a sedermi ad occhi chiusi ad osservare la mia mente e tutti i pensieri che la occupano. Sto imparando a lasciare andare quei pensieri anche solo per dieci minuti al giorno, ma soprattutto ad osservarli senza giudizio; finché me ne sto lì, seduta e ad occhi chiusi, mi concentro sul momento presente, e pian piano sto imparando a portare quella presenza mentale anche in altri aspetti della mia vita.

Ma la cosa più importante che ho imparato, la cosa senza la quale forse non sarei riuscita ad andare avanti nel mio percorso, è la consapevolezza. La consapevolezza di me stessa – di ciò che sono in grado di fare e anche dei miei limiti; la capacità di capire se quei limiti possono essere superati, o se è il caso di chiedere aiuto. La consapevolezza di ciò che mi circonda, e soprattutto di ciò che voglio che mi circondi – e quindi la voglia di circondarmi di persone che mi ispirano, mi sostengono, e che mi permettono di fare lo stesso per loro.

Credo che già queste cose mi abbiano portato a cambiare la mia vita, e soprattutto il mio atteggiamento verso di essa, abbastanza da veder diminuire sensibilmente le mie crisi d’ansia. E quando l’ansia torna a bussare alla mia porta, lo yoga mi ha dato gli strumenti per capirla ed eventualmente combatterla: capirla, perché a volte l’ansia è qualcosa di buono. E quindi la ascolto, cerco di capire cosa vuole dirmi. Se le sue motivazioni sono valide, e vuole impedirmi di fare qualcosa che non mi farà bene, posso decidere di ascoltarla. Ma se non ha valide motivazioni, o decido che non voglio o non posso ascoltarla, allora posso mettere in atto le tecniche che ho imparato. Mi concentro sul respiro, pratico un pranayama particolare, srotolo il tappetino e pratico asana, in modo da uscire dalla mente per un po’, ed entrare nel corpo.

Lo yoga mi ha cambiato la vita, perché ha cambiato la persona che ero. Mi ha mostrato che posso essere molto più forte di quanto non immaginassi, e mi ha insegnato a guardare alla vita con più calma, a fermarmi a riflettere prima di reagire o di farmi prendere dalle emozioni, e mi ha così permesso di vedere questa vita con più ottimismo. Questo non significa che non veda più le cose brutte, che liquidi gli eventi poco piacevoli senza dare loro importanza. No, la falsa positività non fa per me. Riconosco il brutto quando lo vedo, ma invece di lamentarmi o sentirmi sopraffatta, cerco di capire se c’è qualcosa che posso fare per migliorare la situazione. Che si tratti di me, o di altre persone, o di situazioni che riguardano il mondo intero, credo davvero che tutti possiamo fare qualcosa. L’ho sempre creduto, in realtà, ma ora so che anche io ho le capacità per fare qualcosa.

La prima cosa che ho deciso di fare è stato insegnare yoga, proprio perché mi ha aiutata così tanto. Voglio trasmettere le mie conoscenze anche ad altri, sperando che anche loro ci trovino il cambiamento di cui hanno bisogno. Voglio continuare a studiare e a migliorarmi, perché questo è un percorso che dura una vita, e io sono appena all’inizio.